Da quanti anni si usa lo schema CHOP per curare i linfomi? Decenni! Lo schema ha “resistito” al confronto con differenti (e teoricamente più aggressivi schemi di polichemioterapia) negli anni Ottanta e Novanta del novecento.
Poi è comunque rimasto il backbone chemioterapico quando si è trattato di aggiungere il rituximab (R-CHOP) e quest’ultima combinazione, R-CHOP appunto, rimane lo standard terapeutico per i Linfomi B a grandi cellule (sino al 40% di tutti i linfomi non-Hodgkin). Con questo trattamento standard si ottengono guarigioni definitive in oltre il 50% dei casi, ma sino al 40% dei pazienti ha recidive di malattia che richiedono complessi trattamenti di seconda linea. Non che non si sia provato ad aumentare l’efficacia dell’R-CHOP in diversi studi (soprattutto contando sull’associazione con lenalidomide), ma i risultati non sono stati convicenti. Eccoci allora all’aggiunta del tafasitamab (insieme a lenalidomide). Il tafasitamab è un anticorpo monoclonale umanizzato che prende di mira CD19, un antigene espresso sulla superficie cellulare della maggior parte dei linfomi a cellule B. La regione Fc del tafasitamab è stata modificata per avere un'affinità aumentata verso i recettori Fcγ, promuovendo il reclutamento delle cellule natural killer (NK) e dei macrofagi, e aumentando così la citotossicità cellulare dipendente da anticorpi e la fagocitosi cellulare dipendente da anticorpi. Questa amplificazione delle funzioni degli effettori delle cellule NK è ulteriormente potenziata dalla lenalidomide attraverso la stimolazione e la proliferazione delle cellule NK. Nel frontMIND trial il nuovo schema prolunga significativamente la Progression Free Survival (a due anni 71% versus 62%), ma anche la tossicità è maggiore. Forse in casi selezionati il nuovo regime può essere utile (casi ad alto rischio di fallimento con R-CHOP), ma il vecchio schema non sembra poi così invecchiato!