La chemioterapia è risultata fondamentale - soprattutto in passato - persino per le neoplasie “più chemioresistenti” o meglio “parzialmente chemiosensibili”, come il carcinoma polmonare non a piccole cellule (NSCLC). Oggi, profilazione genomica, agenti mirati, e strategie basate sulla conoscenza dei meccanismi di resistenza stanno rimodellando la cura del NSCLC con mutazioni di EGFR. L'EGFR è stato clonato per la prima volta più di 40 anni fa e i primi studi con inibitori reversibili di EGFR–tirosina chinasi (EGFR-TKI), gefitinib ed erlotinib, hanno mostrato una modesta efficacia nei pazienti, almeno in quelli non selezionati.

Lo sviluppo degli EGFR-TKI di terza generazione (osimertinib tra tutti) ha cambiato profondamente lo scenario. Basti ricordare la sperimentazione FLAURA, in cui il vantaggio di osimertinib è in termini di PFS e OS. È ora venuto il tempo di recuperare un ruolo per la chemioterapia anche nel NSCLC EGFR-mutato. Lo dimostrano i due studi recentemente pubblicati sul New Engl J Med, rispettivamente di Fang e Janne. Infatti, nel trial randomizzato FLAURA-2, con l’aggiunta della chemioterapia all’osimertinib, PFS e OS sono significativamente migliorate con la combinazione. Inoltre, per i pazienti in progressione (e quindi resistenti a osimertinib), sacituzumab tirumotecan (sac-TMT), un ADC (pur sempre un chemioterapico!), raddoppia la PFS rispetto alla chemioterapia tradizionale. Certamente, il “recupero” della chemioterapia per questi pazienti deve essere valutato caso per caso, in quanto - insieme alla dimostrata efficacia - possono riaffiorare i problemi classici di tossicità della chemioterapia stessa.