Dalla Cina arriva un interessante studio sul colangiocarcinoma intraepatico (in ordine di frequenza il secondo tumore primitivo del fegato dopo l’epatocarcinoma). Si tratta di un trial randomizzato di fase III dedicato a pazienti con colangiocarcinoma intraepatico operabile e vengono confrontate la chirurgia con intenti radicali upfront versus la chirurgia preceduta da una politerapia neoadiuvante. Quest’ultima include “un po’ di tutto”: polichemioterapia (gemcitabina e oxaliplatino), un agente anti PD-1 (toripalimab) e un agente antiangiogenico (lenvatinib).

Il razionale dell’associazione di chemioterapia e lenvatinib all’immunoterapia è molto forte: la chemioterapia espone i neoantigeni, l’agente antiangiogenico promuove l’infiltrazione linfocitaria e il gamma interferone e, in effetti combinazioni simili hanno offerto buoni risultati nel setting della malattia metastatica/avanzata e come terapia di induzione della operabilità in casi inizialmente non resecabili. Questo studio è sicuramente positivo. Un totale di 178 pazienti è stato sottoposto a randomizzazione e nell’analisi a un follow-up mediano di 16,9 mesi, la Event Free Survival è stata significativamente più lunga nel gruppo neoadiuvante (18,0 mesi; intervallo di confidenza [IC] 95%, 13,8-27,6) rispetto al gruppo di controllo (8,7 mesi; IC 95%, 7,2-12,4). I motivi di successo del GOLP sono anche da vedere in due fattori. In primo luogo, sono stati selezionati pazienti con fattori di rischio per la recidiva (anche precoce) come tumore più esteso o multicentrico, linfonodi portali positivi o CA-19 elevato: questo ha permesso di individuare pazienti in cui il beneficio (se esiste, come in questo caso) è più facilmente intercettabile. Inoltre, tutto il percorso è avvenuto in centri specializzati di riferimento (vedi l’alto tasso di R0). Ovviamente, I risultati di questo studio dovranno essere fortemente considerati per il futuro, ma non possono essere estesi a una popolazione con un profilo di rischio inferiore.